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Logo Terroir Ferrara copiaIl territorio ferrarese, costituito da una pianura che nell’Ottocento era ancora in buona parte coperta da valli e paludi e che è situato a pochi metri sopra il livello del mare, non poteva certo dirsi vocato alla viticoltura e alla produzione del vino. Eppure la vite e il vino erano presupposti importanti e necessari del sistema agrario ferrarese.

Nella provincia si consumavano vini bianchi generalmente prodotti nella Romagnola ferrarese e nel Centese. Nel Ferrarese centrale, sempre stando a quanto affermava intorno agli anni 1870 il Cariani, «il vino è quasi tutto negro fatto coll’uva d’oro». E l’uva d’oro, si pensava anche allora comunemente col sostegno delle memorie del Frizzi, era stata introdotta dalla Borgogna dall’ultimo duca estense Alfonso II ed aveva avuto diffusione in tutto il Ferrarese, sostituendo il precedente vitigno detto Albanella. Possiamo oggi ritenere abbastanza improbabile questa versione circa l’ingresso dell’uva d’oro nel territorio ferrarese.

In realtà, ancora nella prima metà dell’Ottocento nelle campagne ferraresi si incontravano molte varietà di uva, bianche e nere, le stesse di cui parlava mezzo secolo prima l’abate Vincenzo Chendi. Quest’ultimo ci ricorda che l’uva d’oro era chiamata «uva forte» e che il miglior momento per la vendemmia era a San Michele. Ma accanto ad essa si coltivavano il nerone omelicone, la cremonese, il coccobello, il berzimino, le lambrusche.

Almeno 14 erano le varietà di uve bianche ricordate dal Cariani come esistenti ai tempi della sua fanciullezza: il moscatello bianco, la lugliatica, il trebbiano, la grila bianca, l’albanone grosso, l’albanella, la melina, la forzella, la speziala o bodelona, lo sbibbio bianco, l’uva marona, l’uva di terra promessa, la pellegrina o uva aceto, la boscareccia bianca dai piccoli chicchi. Tra le uve nere erano presenti il moscatello negro, l’uva d’oro, il berzemino, il melicone (detto anche varone o sgurbione), il meliconcello, la cremonese, lo sbibbio nero, l’ovetto (specie di berzemino o lambrusca selvatica), l’ovino nero detto lambrusca. Vi era inoltre la presenza di uve rosse, tra cui la rossiola, la grila nera, la bazzugana, la brombesta e l’uva passerina. Non sembri inutile questa lunga elencazione di vitigni presenti sul territorio ferrarese. Servirà a ricordare la grande biodiversità di cui era allora custode il mondo agricolo e che nel corso dell’Ottocento ebbe ad attenuarsi.

L’uva d’oro dava vita ad una viticoltura specializzata nella produzione di vino Fortana, detto comunemente vino del Bosco Eliceo, proveniente cioè da quella fascia di sabbie e dune dove fino alla metà del 1600 esisteva una grande lecceta usata dagli Estensi per la caccia e in seguito estirpata per dare ai comacchiesi un poco di terra da coltivare a grano.

L’altro aspetto importante nella storia della viticoltura ferrarese riguarda i sistemi di allevamento della pianta. Erano certamente presenti forme tradizionali di vigneto specializzato relegate in piccoli appezzamenti prossimi alle abitazioni coloniche o nei pressi delle gronde fluviali, oppure nei broli (frutteti) annessi alle case padronali. Si trattava di forme di allevamento della pianta non molto dissimili da quella che possiamo ammirare nel riquadro del mese di marzo nel salone dei mesi di palazzo Schifanoia: viti a pergolato oppure viti maritate a qualche albero nei pressi di un villaggio. Molti vigneti erano collocati nell’immediata periferia urbana ed anche in piccoli e grandi orti dentro le mura cittadine, specialmente nella parte di città ancora vuota della addizione erculea e negli spazi verdi annessi ai grandi monasteri per il consumo dei religiosi.

Liberamente tratto da: “Vite e vino” di Franco Cazzola, per gentile concessione dell'Autore.

L'articolo completo è disponibile al seguente link.